Battaglia in cui i vinti finiscono vincitori.
Infine rimase nuda. la luna che si affacciava tra le fessure della persiana di legno mostrò il suo corpo dritto, di spalle al letto, davanti a me. la mia mano sinistra scomparve fra i suoi capelli. quella destra salì lungo il suo mento fino agli occhi chiusi, senza volerlo ritrovò la mia sinistra nella riga della nuca dove cominciava a incarnarsi la colonna vertebrale, l’equatore di quel paese che tremava. forse le cinque dita esploratrici della mano sinistra, che timorose dell’ignoto, scorgevano quelle contrade, si immaginavano sole, ma in una radura dall’erba di giaietto che ricadeva sulle spalle, lì dove per un ungo istante si erano credute smarrite, incontrarono le altre. le dieci esploratrici si sospettarono nel buio, esitarono, si riconobbero, corsero a serrarsi con l’allegria di scoprire un punto senza pericoli in un territorio ostile. tranquillizzate iniziarono insieme la discesa elle anfrattuosità che indugiavano sulla vita, e sicure del terreno esplorato, lentamente, molto lentamente seguirono a scendere precipizi e fossati che rendevano difficile o impossibile ogni ritorno. la baciai, la baciai, la baciai. le mie dita risalirono, si dispersero in duplice ventaglio verso le spalle. favorite sai declivi precipitarono, rotolarono brevemente, si risollevarono ormai alla falde di due identiche colline. ansimanti per lo sforzo, per l’incertezza di ignorare quale paese si estendeva dietro quei monti, ne contemplarono le cime. la terra sembrò rabbrividire. ma non era una scossa sismica. era il oro stesso timore che non le abbandonava ancora. salirono di corsa e, ora ansimanti di giubilo, trovarono de giardini, morsero le punte dei seni, morsero un’estate di ciliegie. la loro freschezza inattesa le rinfrancò. stimolate osservarono dall’alto una pianura inerme. costeggiarono la pianta, la presi per i fianchi, avrebbero attaccato di sorpresa, le accarezzai le cosce, la cosa migliore era varcare rapidamente il terreno scoperto, le pianure sono più pericolose, il suo respiro mi sfiorò il collo, non c’erano rupi fra cui nascondersi, la sua testa si arrese sulla mia spalla, negli spiazzi il rischio costante, il suo corpo volle cadere, svanire, ritrarsi, accelerarmi il diletto, negli spiazzi la morte è in agguato, io non la lasciai, la sorressi, la strinsi contro di me, si lasciarono infine alle spalle l’insicurezza della piana, si avvicinarono a un bosco, pensando di proteggersi raggiunsero i primi arbusti, la mia mano sinistra la immobilizzò incollandosi alla sua schiena, le esploratrici che rimanevano sentirono scricchiolare rami, era il nemico?, la mia mano destra strinse il pelo del suo sesso bagnato, gli scricchiolii si avvicinavano, crescevano. era il nemico! per fortuna trovarono un provvisorio rifugio, la mia mano entrò fra e sue acque, non era un rifugio ma una trincea, non era una trincea ma una trappola, la mia mano uscì dalle sue cosce, salì bagnandole il ventre, l’ombelico, il sesso, i seni, il collo, il mento, la bocca. le bagnò le labbra con la saliva della sua saliva. lei si strinse alla mia nuca, cadde, cademmo con la lentezza con cui si rotola in sogno. cademmo, continuammo a cadere. lei si riprese, aprì gli occhi umidi, trattenne il respiro e mi strinse il viso fra le mani.
-vivimi, vivimi - disse con voce gelata - finora ho solo esistito. voglio nascere…!
pochi mobili infarinava la luna: un tavolino, un rustico canterano a tre cassetti dipinti di un viola che il chiarore anneriva, una poltrona ricoperta di sbiadita stoffa marrone, e dietro, sulla parete, il rustico scaffale dove si accalcavano file di libri. sulla mensola di marmo del caminetto, la luce esangue delineava lo splendido disordine delle pietre e dei minerali collezionati nell’arco di viaggi oramai svaniti. esistevano, sicuramente, in quello stesso momento, a parigi, appartamenti sontuosi, divani, tappezzerie, avori, poltrone, vasi preziosi, pareti ricoperte di legno e di quadri inestimabili, tappeti che raddolcivano dimore lussuose. nessuna, tuttavia, paragonabile a questa. perché adesso, sulla modestia di quei mobili. era calata l’investitura di un istante unico.
- sì, sì, sì… -
nel letto, i nostri corpi. si guardarono come due eserciti che si scrutano con ansia e timore. il sole del giorno del combattimento sgretola l’ultima oscurità. la foschia mostra infine, lontano, ancora vaghe, le forme temibili del nemico. la lontananza di incresta di acciaio, di pericolo, di morte e forse di vittoria. un sentimento di stupore scompiglia le file che affronteranno lo scontro. fiduciosi nella cavalleria che caracolla, ancora intatta, con finta pigrizia, gli arcieri si preparano. il sole comincia a disegnare il campo che, prima dell’imbrunire, biancheggerà di ossa. malgrado l’odio gli avversari non possono astenersi dall’ammirare il sole che rifulge trafitto dalle lance. più imponente e più terribile di qualsiasi riflesso, sulle altre spade, brilla l’oscurità della morte. nelle brusche strette delle redini i destrieri intuiscono che questa non sarà una cavalcata ma un galoppo al cui termine calpesteranno agonie. guardando il suo esercito allineato, i suoi carri da combattimento, l’ordine della cavalleria, Ciro il grande pianse perché da lì a cent’anni nessuno dei suoi superbi guerrieri sarebbe più stato vivo. la baciai, la baciai, la baciai. con lentezza i carri si ergono di lance. al passo, i cavalieri tesaurizzano il vigore delle loro cavalcature. si odono le grida dei comandi di squadrone. ma io piangevo perché di lì a cent’anni, sotto la terra, avrei continuato a ricordarla. mi baciò, mi baciò, mi baciò. per dare esempio e fiducia al loro esercito, i comandanti incitano con i petti i dardi avversari. e quanto più inermi si mostrano agli occhi dei loro umani, tanto più invincibili sembrano. e lo sono. la mia saliva si mescolò di nuovo con la saliva della sua saliva, rettile e uccello, lacrima e miele di mare. la sua lingua mi circondò l’orecchio, scese lungo il collo, il calore del mio petto divenne insopportabile. con sguardo enigmatico, il generale contempla gli squadroni, gli ufficiali nervosi, i granatieri coperti dai loro berretti d’orso, gli elmi di rame rosso con l’aquila incoronata dalla piuma scarlatta. le loro giubbe si alzano, si ergono. risuonano le trombe. gli aiutanti di campo scendono al galoppo distribuendo ordini. richiusi gli occhi. i carrozzieri iniziano l’avanzata. i cavalieri, in un rintronare di speroni, passano dal trotto al galoppo, avanzano costretti sulle loro cavalcature, salendo e scendendo, scendendo e salendo, con tutto il vigore del corpo concentrato nella mano che tende la lancia, che vorrebbe allungarla, farla crescere, più di qualsiasi lancia dell’avversario. lei si scostò, impose la mia schiena sul letto, tentò di montarmi sopra. graffiando il sole con le loro lance, dividendo irrimediabilmente il giorno, lasciandosi dietro un polverone d’oro, il nemico galoppa, scendendo e salendo, salendo e scendendo, scendendo e salendo. la misi di schiena. le scostai i capelli dalle labbra, le morsi la nuca, cominciò a gemere. in un crepitio di lance, acciaio contro acciaio, vigore contro vigore, gioventù contro gioventù, cozzano le avanguardie. uomini ce un istante prima guardavano il sole, contemplano la notte senza occhi. petti indomiti, cintole di ferro, cosce che ignorano la fatica, rotolano spezzati. la penetrai ancora di più. saliva di sauri agonizzanti si frammischia a saliva di cavalieri agonizzanti. la stanza si riempì di gemiti di ussari falciati, di gambe mutilate, di ventri svuotati, di squadroni in disordine.
sulla vastità dei campi dove i vinti finivano vincitori, si levarono le nostre grida di appena nati.
cap 7, la danza immobile, manuel scorza






